MIO FRATELLO È UN INFERMIERE

È ancora buio quando suona la sveglia, un nuovo giorno è cominciato e bisogna prepararsi a viverlo con coraggio. Bevendo il caffè preparato dalla moglie, Arturo si chiede perché il primo caffè della giornata gli sembra sempre il più buono…”sarà merito di Elena? Boh comunque è così e basta” si risponde. Si prepara velocemente, Elena e i ragazzi restano a casa al sicuro ma lui è chiamato a un lavoro speciale: salvare vite. Chiudendosi la porta alle spalle inspira l’aria frizzante del mattino di primavera mentre un merlo lo guarda incuriosito dal tetto della casa di fronte probabilmente sorpreso da quella presenza umana nel silenzio irreale della strada deserta. Si mette alla guida e l’unica auto che incrocia è quella di una pattuglia di Carabinieri…anche il parcheggio dell’ospedale, di solito congestionato, è semivuoto. Un accenno di saluto a un paio di colleghi che smontano dal turno di notte e timbra l’entrata in servizio avviandosi verso gli spogliatoi. Arturo è un infermiere strumentista di sala operatoria da parecchi anni ormai, un veterano del reparto. Da qualche giorno però il blocco operatorio è stato trasformato in “TERAPIA INTENSIVA PER COVID 19”. I colleghi della rianimazione erano stremati dai turni massacranti e alcuni di loro, compresi dei medici, si erano ammalati a loro volta. In seguito a questa situazione drammatica, quando fu richiesta la disponibilità per coprire i turni in terapia intensiva e unità coronarica, Arturo e molti dei suoi colleghi si erano messi a disposizione per assistere i pazienti colpiti da polmonite virale. Quando successivamente qualcuno gli aveva chiesto perché avesse deciso senza indugio di accettare quel lavoro rischioso, lui aveva risposto: “Tra i paracadutisti i primi a lanciarsi e affrontare il pericolo sono i graduati e i veterani, così danno l’esempio…per noi è lo stesso”. Parole come “responsabilità”, “sacrificio”, “senso del dovere” hanno ancora un valore grazie a Dio. Negli spogliatoi si cambia, indossa la divisa e approfitta dell’occasione per andare in bagno perché, una volta entrato in reparto COVID, non lo potrà più fare se non a fine turno. Lo stesso vale per il bere. Nella “zona filtro” trova già dei colleghi e delle colleghe che si stanno preparando con cura. Il rischio di infettarsi è sempre reale ma sono dei professionisti che sanno quello che fanno infatti il morale è sorprendente alto, si ride e si scherza…chi a denti stretti e chi in modo più colorito. D’altronde stanno per scendere all’inferno e ognuno sente il bisogno di sdrammatizzare per darsi la carica. Sono come soldati al fronte, cavalieri medievali, donne e uomini a difesa della vita, un manipolo di arditi. Durante la vestizione si aiutano a vicenda seguendo necessariamente una sequenza precisa e prestabilita: calzari, doppio sovrascarpe che arriva fin sotto il ginocchio, tuta completa chiusa in vita, disinfezione delle mani e primo paio di guanti sterili, mascherina filtrante monouso con prova di tenuta (questa spela il viso e li tormenterà fino alla fine del turno), casco regolato con cura, secondo paio di guanti sterili e poi finalmente si può entrare per dare il cambio ai colleghi smontanti. Sulla tuta, di fronte e dietro, i cavalieri per riconoscersi facilmente hanno scritto il proprio nome di battaglia e Arturo si trasforma in un più leggendario “Re Artù”. In COVID i pazienti sono tanti e tutti sedati e intubati, collegati ai respiratori e alle pompe d’infusione con farmaci a somministrazione continua e purtroppo Re Artù ne individua alcuni che conosce personalmente per averci lavorato insieme per anni. Il lavoro è stressante e si svolge senza pause tra cateteri di ogni tipo (vescicale, venoso centrale, femorale, giugulare, arterioso), sondini, monitoraggi di pressione e ossigeno nel sangue, elettrocardiogrammi, prelievi… i malati sono proni o supini e bisogna cambiargli posizione a orari stabiliti per far funzionare bene i polmoni. Inoltre bisogna curare l’igiene, prevenire le piaghe da decubito, aspirare le secrezioni. L’attività dei Cavalieri continua frenetica tra un allarme delle tante apparecchiature, la sostituzione del terzo paio di guanti tra un paziente e l’altro, il caldo soffocante, la condensa nelle scarpe, la tortura di non potersi toccare il viso…ma tutti, infermieri e medici, donne e uomini, fanno del loro meglio. Combattono a oltranza, non si arrendono pur di salvare più vite possibile. Finisce il turno…Re Artù è stanco e, dopo aver passato le consegne ai colleghi del turno successivo, si avvia verso la stanza adibita alla svestizione dove, seguendo un’altra minuziosa procedura, in sequenza si toglie tutto il vestiario contaminato aiutandosi a vicenda con un collega. Per ultimo si toglie la mascherina che lo ha tormentato e segnato il viso. Rimasto in mutande può farsi la doccia e rivestirsi, poi tra una battuta con i colleghi, un caffè e qualche dolcetto offerto spontaneamente da privati riconoscenti, la tensione si scioglie. Ha fatto il suo dovere, può tornare a casa. Mio fratello fa l’infermiere, anzi…è un infermiere. Mio fratello si chiama Arturo e io ne sono orgoglioso.

Il terzo piatto

Salì le scale velocemente portando le due confezioni di acqua minerale, una per mano. Scale lunghe e ampie con tre rampe per piano, tipiche di quelle abitazioni di paese di una volta in cui l’ascensore non esisteva. La consapevolezza di risparmiare quella fatica al padre ormai anziano lo faceva sentire bene mentre sul pianerottolo al secondo piano i suoi vecchi genitori lo stavano aspettando con la solita gioia che traspariva dai loro visi come quando i figli e i nipoti passavano a trovarli. Posò l’acqua a terra e il padre lo baciò sulle guance mantenendo però, come sempre, un certo contegno di tipo militare derivante dal suo passato da Maresciallo dei Carabinieri. La madre che invece aveva un carattere affettuoso ed esuberante lo abbracciò e baciò come se non lo avesse visto da un sacco di tempo. Succedeva sempre così, ogni santa volta. Era la memoria che non c’era più, svanita anzi rubata da quella malattia che negli ultimi anni le aveva tolto gradualmente tutto o quasi, iniziata con un decadimento prima inaspettato e poi graduale del quale al principio nessuno della famiglia poteva immaginare le successive conseguenze devastanti. “Demenza senile precoce” aveva sentenziato la diagnosi a suo tempo e ora uno dei tanti effetti collaterali era che lei ormai salutava calorosamente con baci e abbracci chiunque le capitasse a tiro, volente o nolente, anche persone mai viste prima (con effetti a volte comici e a volte imbarazzanti, come si può immaginare) e quindi il figlio venne anche sfiorato dal dubbio che la madre in realtà non lo riconoscesse davvero come il suo primogenito. Ma cacció subito quel pensiero perché gli faceva male…male come quando la osservava ormai incapace di capire il significato delle parole, di gestirsi e di fare le cose più banali come allacciarsi le scarpe, lavarsi o vestirsi. Tutte cose semplici, banalissime che si imparano e memorizzano fin da bambini. Lei invece aveva fatto il percorso inverso e al figlio tutto questo appariva in tutta la sua crudeltà e ingiustizia, soprattutto ricordando che tipo di donna e mamma meravigliosa fosse stata lei prima di ammalarsi. Tuttavia non si poteva far altro che accettare la dura realtà e così la abbracciò e bació come era solito fare da sempre ed entrarono in casa. Sistemò le due confezioni di acqua nel piccolo sgabuzzino adibito a cambusa e si diressero in cucina. Essendo ora di cena, la tavola era già stata apparecchiata con i due piatti, i due bicchieri, le posate, del pane. Così si sedettero su un piccolo divano e gli uomini chiacchierarono di politica, famiglia e orto (una passione che il padre aveva trasmesso al figlio), tutti argomenti questi che la madre non era più in grado di capire mentre se ne stava seduta con lo sguardo perso nel vuoto. A un certo punto però si alzò e, invece di isolarsi andando in sala come al solito, si diresse verso il lavandino. Il figlio notó con la coda dell’occhio questo movimento “anomalo” e così si voltó verso di lei. Era di spalle e, mentre lentamente si girava con lo sguardo sorridente e luminoso, apparve, stretto tra le sue povere mani un piatto. Lo mise a tavola insieme con quello suo e di suo marito. Il terzo piatto era per lui, il figlio. Ci fu un momento di silenzio. Era chiaro che sua mamma aveva usato un codice per bypassare le strettissime maglie dell’incomunicabilitá imposte dalla malattia. Un gesto ordinario, semplice, ma così carico di amore che il figlio sentì il suo intimo fremere. Disse tra sè : “mia mamma c’è ancora” e, ricordando una frase che aveva letto da qualche parte, completò il pensiero: “mia mamma c’è ancora…solo in modo diverso”. Avrebbe tanto voluto dirle che aveva capito, che aveva ricevuto il messaggio! Ma consapevole che le parole erano del tutto inutili, si alzò dal divano e la strinse forte a sè ricacciando indietro la tempesta emotiva che era sul punto di travolgerlo. Non si poteva fermare a cena perché era tardi e la sua famiglia lo stava aspettando così salutò con gli occhi lucidi i suoi genitori e uscì dall’appartamento. Scese in fretta le scale con un enorme groppo in gola e uscì in strada, era buio e piovigginava. Alzó istintivamente gli occhi al cielo e invocó silenziosamente il suo Dio implorandolo che nulla si perdesse di quell’Amore. La sua non era una preghiera disperata , anzi avvertiva in cuor suo la certezza che fosse proprio il Signore la sorgente di quell’Amore infinito. Le gocce di pioggia gli bagnavano il viso e gli occhiali mentre fissava il buio là in alto. Poi salì in auto, asciugò lentamente le lenti e pregò ancora. Pregó e pianse.

Quando doni la vita dai il meglio di te

il blog di Costanza Miriano

Una lettrice, Antonietta Campana, ci ha mandato la traduzione dell’intervista in inglese che padre Sean Salai ha fatto a Costanza Miriano

Perché hai scritto questo libro?

Veramente pensavo di non aver niente da insegnare sul matrimonio e la vita di coppia! Volevo solo scrivere delle lettere ad alcune amiche reali (ho solo cambiato i loro nomi e qualche dettaglio) per convincerle che è possibile imparare ad essere felici nella vita quotidiana matrimoniale. Infine, volevo parlare di Dio che è la fonte dell’amore, anche di quello di coppia. Ma non ho mai, mai pensato che lo avrebbero letto così tante persone. Per la prima uscita, ne sono state stampate qualche centinaio di copie. Ero sicura che le avrebbero comprate solo mia mamma, mia sorella e le mie vecchie zie. Non ho mai pensato che potesse diventare una cosa di queste dimensioni.

Chi è il tuo pubblico?

Quando scrivo, io penso di…

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L’aborto e l’infelicità delle donne

il blog di Costanza Miriano

Slovacchia- Monumento ai bambini mai nati Slovacchia- Monumento ai bambini mai nati

di Costanza Miriano

C’è un’infinità di argomenti contro l’aborto, ma io, visto che mi piace perdere facile, scelgo il più opinabile, il più attaccabile, il meno spendibile in un dibattito pubblico: l’aborto rende le donne infelici. Si potrebbe affrontare il tema sul piano filosofico, come Bobbio (o la Paola Belletti, la mia filosofa preferita, di certo la più gnocca), culturale, come Pasolini, di fede, come fa la Chiesa, o ancora economico, come fa chi elenca nomi dei finanziatori dei prochoice e cifre (fiumi di denaro: perché?). Si potrebbero contestare i numeri falsi che hanno alimentato falsi miti e portato all’approvazione delle leggi sulla base di bufale (come la sentenza Roe – Wade negli Usa o la campagna radicale in Italia), e mostrare come l’aborto ha risparmiato pochissime vite di donne evitando l’aborto clandestino ma ha sterminato schiere infinite di bambini che senza la 194 sarebbero…

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La battaglia finale

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di Costanza Miriano

Prima di conoscerlo l’ho citato tante volte, il cardinal Carlo Caffarra. Ripetevo quello che raccontava lui, di quando il Papa, Giovanni Paolo II, che lo teneva come suo più fidato consigliere sui temi della famiglia e dell’antropologia, lo interrogò e gli chiese quante volte al giorno leggesse il racconto della Genesi, il passaggio in cui si dice che Dio crea l’uomo a sua immagine, maschio e femmina. Diceva il Papa che proprio lì si nascondeva il segreto dell’uomo. Mi faceva un sacco ridere che il Papa interrogasse Caffarra, e che lui dovesse ammettere che non è che proprio lo stesse a leggere dalla mattina alla sera, quel passo. La cosa me lo faceva sentire più vicino. Poi ho avuto il privilegio di incontrarlo, e ho scoperto che, nonostante una cultura sterminata e una sapienza praticamente omnicomprensiva, vicino lo era davvero, uno di quegli uomini pieni di umanità…

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